Tristezza nei bambini: come affrontarla?

L’infanzia viene considerata un’età spensierata, scevra da problemi e da difficoltà. Ai bambini, infatti, spesso non viene attribuita la possibilità di dover affrontare piccole e grandi sfide, anche complesse. Durante l’infanzia, secondo alcuni, non si può che essere sempre felici. In realtà, non è così. Sentimenti di paura, rabbia e tristezza nei bambini sono molto frequenti. Anche i piccoli, infatti, incontrano fatiche, sofferenze e problemi. Possono essere piccoli disguidi quotidiani, come il litigio con un amico o una delusione a scuola, oppure eventi complessi, come la separazione di mamma e papà o la perdita di una persona cara.

Nella nostra società un’emozione molto difficile da accettare sembra essere la tristezza. Culturalmente, la tristezza nei bambini è difficile da accogliere, perché attiva nell’adulto emozioni complesse. Vedere un bimbo triste, infatti, crea sofferenza nell’adulto che non sempre riesce a gestire. Solitamente la tentazione è quella di fermare la tristezza nei bambini, suggerendo di non piangere o cercando di sdrammatizzare l’evento. Si cerca, dunque, di sviare l’attenzione su altro. In altri casi, si prova a rallegrare il bambino, negandogli l’emozione provata. Altra volte, invece, si sollecita il piccolo a non piangere, intimandogli di essere forte o di non fare la “femminuccia”, cadendo pericolosamente in stereotipi sessisti.

 

LA TRISTEZZA NEI BAMBINI E’ LEGITTIMA: I BAMBINI HANNO DIRITTO A ESSERE TRISTI

La tristezza nei bambini, al pari delle altre emozioni, non deve essere eliminata. Ogni emozione è importante e merita di essere vissuta. Reprimere un’emozione, infatti, non la elimina, ma la relega in altro. Ovviamente, ogni genitore cerca di proteggere il proprio bambino dalla sofferenze, ma non sempre questo è possibile. Quello che si può fare, però, è offrire loro strumenti per gestire l’emozione al meglio. L’educazione emotiva diventa uno strumento fondamentale per far sentire i bambini compresi e accolti nelle emozioni. Qualunque esse siano.

L’educazione emotiva inizia alla nascita. Anzi, gli studi evidenziano come in realtà l’interazione tra mamma e bambino già nella pancia influenza l’emotività del piccolo. Nei primi mesi, le relazioni con le figure di attaccamento modellano le riposte emotive del bambino e insegnano la regolazione emozionale. Crescendo, poi, l’educazione emotiva continua, giorno per giorno, in un lavoro quotidiano di continuo riaggiustamento. Dapprima sono i genitori e le persone vicine al bambino a compiere questo ruolo. Con il tempo, poi, entrano in gioco anche altre figure educative, come insegnanti, educatori e allenatori. Essi supportano la famiglia in questo ruolo, offrendo al piccolo dei modelli di riferimento per aiutarlo nel riconoscimento e nella gestione emotiva.

Anche per la tristezza nei bambini, come per le altre emozioni, dunque, l’educazione emotiva gioca un ruolo fondamentale. Accogliere l’emozione, attribuirle un nome e aiutare il bambino a gestirla nel modo più funzionale diventa centrale per il benessere del bambino.

Tristezza nei bambini

LA TRISTEZZA NEI BAMBINI: IL RUOLO DELL’ADULTO

Cosa possono fare concretamente gli adulti di fronte alla tristezza nei bambini? Il primo passo è iniziare a pensare che la tristezza sia un’emozione che occorre esprimere. Essa è funzionale, aiuta a lenire il dolore. Non serve reprimerla, perché così facendo non scompare. E’ meglio accettarla e viverla. E’ importante concedere e concedersi il diritto di essere tristi, perché solo in questo modo la sofferenza può essere elaborata. Reprimerla, al contrario, porta il bambino a chiudersi, e a trasformare la tristezza in altro, come, ad esempio, in rabbia. E’ molto diffusa, infatti, l’incapacità di distinguere tra rabbia e tristezza, sia nei bimbi che nei grandi. Imparare fin da piccoli, invece, che la tristezza è un passaggio importante per affrontare il dolore è un insegnamento molto importante. Anche il pianto, spesso doloroso per chi si trova spettatore, è funzionale. Piangere, infatti, serve a buttare fuori le lacrime, ad elaborare la tristezza.

Anche frasi come “Non piangere perché divento triste anche io” sono  meglio da evitare, perché rischiano di instillare il senso di colpa nel bimbo, che tenderà così a non esprimere le emozioni per paura di fare male agli altri. L’adulto, invece, deve mostrarsi capace di contenere e affrontare le emozioni, fungendo da modello. Questa frase, ad esempio, può essere sostituita con “Ti capisco che sei triste, e questo rende triste anche me”. Questo atteggiamento aiuta il bambino a sentirsi compreso e non giudicato.

In un secondo momento, poi, si può pensare insieme a come gestire la tristezza. Con l’aiuto dell’adulto, infatti, il bambino può trovare degli strumenti per far fronte alla situazione dolorosa.

DOTT.SSA ANNABELL SARPATO

 

 

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